Calcio e Finanza
·26 Februari 2025
Tonali: «Le scommesse? Un'abitudine a 17-18 anni. Non pensavo di avere una dipendenza»
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Calcio e Finanza
·26 Februari 2025
Sandro Tonali è tornato a essere protagonista del centrocampo del Newcastle e della Nazionale dopo la squalifica per scommesse che lo ha colpito poco dopo il suo trasferimento in Inghilterra dal Milan.
«Non è esagerato parlare di una prima e di una seconda vita – ha commentato il centrocampista italiano classe 2000 al quotidiano La Repubblica –. Il mio stile di vita era negativo. Ero chiuso con tutti e questo mi faceva cambiare comportamento: anche con le persone che mi volevano bene e alle quali volevo bene. Ero così sia al campo di allenamento sia a casa, con amici e familiari. Oggi, per fortuna, sono diverso».
Il suo rapporto con le scommesse: «Non ricordo la prima, ma sicuramente è diventata un’abitudine a 17-18 anni. E la normalità quando ha cominciato a prendermi tanto tempo. Il fatto che fosse online mi oscurava da tutto, mi chiudevo nel mio guscio. Non sono mai stato introverso con famiglia e amici. Con i compagni e in ambito sportivo sì. Non per diffidenza, ma abitudine: fin da ragazzino ero sempre il più piccolo. È difficile che crescendo con gente più grande si diventi estroverso. Nei primi anni di Brescia mi isolavo, non condividevo i miei pensieri con nessuno».
La consapevolezza di avere una dipendenza: «Credo in realtà di non averla mai avuta. Quando una persona si ritrova in una situazione del genere, è difficile chiederle se è malata. Ti dirà sempre di no. Anche se sente che non è così. Non può pensare di avere quel problema, quindi tende a nasconderlo. Avere tanti soldi? Nei mesi lontano dal campo ho passato tanto tempo con lo psicologo. Il suo lavoro era farmi capire come ci ero caduto. Di solito lo si capisce nel momento in cui si perde qualcosa: famiglia, lavoro, stipendio. Invece nel mio caso la disponibilità economica non mi ha fatto accorgere della serietà della cosa. È stato un lavoro di recupero difficile. Non potevo prendere farmaci specifici, perché col 95% di quelli sarei risultato positivo all’antidoping, così è stato tutto un percorso mentale: durato mesi, con psicologo e psichiatra».
La squalifica: «Nei primi due mesi ero staccato da tutti, poi rientrando nella vita, allenandomi tutti i giorni senza avere la partita, ho capito che pagavo per quello che avevo fatto. Il Newcastle mi ha aiutato tanto. Compagni e allenatore mi hanno sempre tenuto dentro, come staff e dirigenza. I tifosi, compresi quelli avversari, non mi hanno mai giudicato. Qui rispettano i problemi di tutti, non calcano la mano e cercano di aiutarti. L’aiuto più grande me l’hanno dato il professore Gabriele Sani, primario del reparto di psichiatria dell’ospedale Gemelli di Roma, i miei familiari, Giulia, Andrea Romeo e la sua famiglia che sono qui accanto a me, i miei procuratori Marianna Mecacci e Giuseppe Riso. Questa situazione ha rinsaldato il rapporto».
«Durante il primo mese di squalifica ero in viaggio tra Italia e Inghilterra – racconta Tonali –. Non ho mai sfiorato la depressione, perché ho lavorato subito su me stesso. Tre colloqui a settimana online e uno in presenza ogni mese. Non ne ho saltato uno. Si parlava sempre del giorno prima, con tre lavori specifici: uno sulla mia persona, l’altro sul gioco d’azzardo e l’ultimo era il compendio. I 16 incontri organizzati dalla FIGC li ho fatti in Italia: dopo i primi sei mesi della squalifica, sono stato a Bari, Roma, Firenze, Milano, Verona. Incontravo i giovani delle squadre e gli staff».
Sul rapporto con il telefonino e la tecnologia in generale: «Nell’ultimo anno non l’ho avuto per sei mesi. Certo ho provato un senso di libertà: la sensazione di essere a posto anche senza. Prima non potevo fare da stanza a stanza, oggi lo prendo quando esco di casa e lo lascio rientrando. Lo riprendo solo se mi chiamano mamma, papà o qualche mio familiare. E coi social il rapporto è minimo».
Sugli incontri con i ragazzi più giovani: «Ho dovuto rispondere a molte domande da parte di ragazzi di 12-13-14 anni, che mi chiedevano molte cose di calcio giocato, il giocatore più forte che ho visto in campo. Gli adulti, invece, ti chiedono i motivi per cui arrivi a fare certi errori. Nelle scuole calcio volevano conoscere il mio segreto per sfondare e io so che non serve essere solo bravo: a mille ragazzi talentuosi capita di perdersi».
«L’incontro più emozionante è stato a Newcastle, in una fabbrica che produce coperture per i tubi del gas nell’oceano – racconta l’ex Milan –. Ci sono andato perché in Inghilterra il gioco d’azzardo è molto diffuso. C’è stato chi mi ha detto, a diversi mesi dalla squalifica: “Ho smesso di scommettere per quello che è successo a te”. Erano ludopatici da anni. Un italiano mi ha raccontato che un dipendente guadagna 2.000 sterline al mese, ma a volte ha bisogno di fare gli straordinari per mantenere la famiglia: butta troppi soldi nel gioco. Un ludopatico non ne parla, ma se si sblocca poi riesce a impegnarsi. Parlare è la cosa più difficile. Non riuscirai mai a farti vedere come un perdente, ma l’unico vero aiuto è aprirsi».
Su questa nuova seconda vita e quella passata: «Mi è capitato di pensare a quando potevo andare all’Inter. Non l’ho mai accettato: non perché non sia una squadra forte, ma non mi reputavo felice al 100%. Ogni giorno se ne parlava. Sentivo il mio procuratore e i dubbi erano grandi. La montagna che non volevo scavalcare. La chiamata di Paolo Maldini ha cambiato tutto, mi ha fatto felice e ho detto: “O vado al Milan o resto al Brescia”. Me l’ha trasmesso mio papà, questo legame col Milan. Facevo colazione con la tazza rossonera di Gattuso e quando si è rotta ho costretto mia mamma a sistemarla pezzettino per pezzettino. Quando il trasferimento si è concretizzato, ho chiesto a Rino il permesso di indossare la sua numero 8. Chi sono oggi? Uno che riesce a parlare con tutti: con chi ha bisogno di aiuto e con chi non ne ha. Una persona più disponibile e generosa. Non più solo dentro il campo».